COSA ACCADE DOPO I DECRETI GULLO-SEGNI?

In alcuni comuni, tra cui ancora una volta Montesano sulla Marcellana, vennero effettuate delle occupazioni di fondi, nel caso specifico in contrada Magorno.

Il decreto Gullo, però, seguito dal decreto Segni, era stato attuato in modo tale da lasciare ampio margine di azione agli organi preposti ad attuarlo.

In materia di fondi appartenenti ai privati, la Commissione terre incolte, insediata presso la Prefettura di Salerno, si mosse  secondo criteri restrittivi rispetto allo spirito stesso dei decreti. Si prestò molta attenzione al punto di vista dei proprietari terrieri. Lo stesso non avvenne per le Cooperative, che via via andavano costituendosi, alle quali si guardava con molta diffidenza.

Lo stesso atteggiamento si adottò  per la questione dei demani.

I criteri, attraverso i quali vennero presi provvedimenti in merito, si allontanarono dai principi dei decreti Gullo-Segni.

Vennero attribuiti alle cooperative solo una piccola parte dei fondi richiesti, e su di essi venne stabilita un’indennità di concessione sul 20% del prodotto lordo da corrispondere al proprietario del fondo.

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IL VALLO DI DIANO 1944-1950

Le tensioni da parte del ceto rurale continuarono dopo la caduta del Fascismo, periodo durante il quale emerse la questione circa il possesso della terra centrale.

Un importante punto di riferimento per i contadini di tale area fu costituito dal decreto Gullo, che disciplinava i contratti di mezzadria impropria, colonia parziaria e compartecipazione, stabilendo un riparto del prodotto nella misura di 1/5 al concedente del terreno e  di 4/5 al colono. In varie zone del Vallo questo decreto stimolò la protesta dei contadini contro i proprietari che violavano la disposizione ministeriale, e ne favorì l’aggregazione.

Le tensioni da parte del ceto rurale continuarono dopo la caduta del Fascismo, periodo durante il quale emerse la questione circa il possesso della terra centrale.

Un importante punto di riferimento per i contadini di tale area fu costituito dal decreto Gullo, che disciplinava i contratti di mezzadria impropria, colonia parziaria e compartecipazione, stabilendo un riparto del prodotto nella misura di 1/5 al concedente del terreno e  di 4/5 al colono. In varie zone del Vallo questo decreto stimolò la protesta dei contadini contro i proprietari che violavano la disposizione ministeriale, e ne favorì l’aggregazione.

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IL POPOLO DI MONTESANO SULLA MARCELLANA SI RIBELLA

MONTESANOSi registrano due episodi di ribellione da parte della plebe delle varie frazioni del comune di Montesano sulla Marcellana, che  mostrarono il loro astio nei confronti delle autorità locali, in particolare contro il Commissario Prefettizio e il Segretario Comunale.

Le radici delle due ribellioni di dicembre iniziarono ad essere progettate già durante il mese di agosto. I contadini da questo momento in poi iniziarono un grosso lavoro di propaganda, infatti alla fine di settembre riuscirono ad essere i protagonisti di un importante avvenimento politico: destituirono il Commissario Prefettizio Raffaele Volentini ed acclamarono Sindaco, una vecchia figura di “amministratore buono”, Don Ovidio Gerbasio.

Quest’ultimo, nobile di poca cultura e privo di una reale autonomia politica, aveva già rivestito la carica di primo cittadino a Montesano. La popolazione montesanese conservava un buon ricordo di lui.

Da questo momento in poi i contadini si sentirono un po’ i padroni del comune, ma non riuscirono ad imporsi un quadro politico preciso, anche perché tra di loro era difficile trovare persone che sapessero leggere e scrivere, infatti perfino il capopopolo, un tale Vincenzo Lauria, era analfabeta.

Dalla fine di settembre fino al 19 dicembre le manifestazioni ostili delle guardie si intensificarono fino a sfociare in una manifestazione tenutasi, probabilmente la domenica del 12 dicembre.

I contadini assalirono la casa del segretario comunale, ne sfondarono la porta a colpi di accetta e vi presero i beni ivi conservati (farina, pasta, grano, ecc.) e li buttano in piazza.

Durante questa dimostrazione  si distinsero particolarmente le donne.

Da questo momento in poi ebbe inizio la sconfitta del movimento contadino, preso di mira dalle guardie, che si rivolsero ai Carabinieri e in più chiesero aiuto anche ai soldati accampati nella Certosa di Padula.

Iniziò la caccia ai ribelli, la notte del 19 dicembre  ne vengono circondate le abitazioni, in particolare quella di Vincenzo Lauria in contrada Capuana. Nonostante i controlli, quest’ultimo riesce a fuggire travestendosi da donna, ma a pagarne le conseguenze fu sua figlia, la quale venne uccisa.

Durante quella notte vennero arrestati molti contadini, e fu proprio tutto ciò ad agitare ancor di più l’animo della classe rurale, che raggiunse la piazza del paese sussurrando le seguenti parole d’ordine: “Liberate i carcerati”.

Fu proprio nella piazza che la lotta contadina montesanese subì un triste epilogo. Una volta raggiunto dai ribelli il centro del paese, le guardie iniziarono a sparare sulla folla, che in breve si dileguò, mentre a terra cadevano i corpi di otto contadini e trenta di essi vennero feriti gravemente.

A tutto ciò si unì l’arresto per molti contadini, che scontarono da pochi giorni a molti mesi di carcere, alcuni presso Polla e altri presso Lagonegro.

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SANZA E LA NUOVA AMMINISTRAZIONE

SANZAPur soffocata nel sangue e nel silenzio, secondo il classico sistema allora vigente, la dimostrazione dei contadini di Monte S. Giacomo ebbe ripercussione anche negli altri paesi del  Vallo di  Diano.

Con un decennio di distanza dagli avvenimenti di Monte S. Giacomo, si registrano altre dimostrazioni di malessere del ceto contadino in altri comuni. Il tutto si tradusse come forma di protesta verso il potere locale.

Nel comune di Sanza  iniziarono i problemi quando ricoprirono il ruolo di segretario comunale e commissario prefettizio , rispettivamente Aniello Buoniconti e Tommaso Ciorciari, entrambi dal passato antifascista. Appena eletti i due iniziarono ad ostacolare diverse personalità del posto, che da anni soddisfacevano solo i propri interessi, tralasciando quelli del resto della popolazione.

Essi, inoltre, definirono la linea a cui si sarebbe ispirata la nuova amministrazione: antifascista, anticlericale e antimonarchica.

L ‘economica del paese era tipica delle situazioni di arretratezza, in un quadro  prevalentemente agricolo, sulla quale gravavano i problemi della guerra. Gran parte del territorio di Sanza era demaniale. Tuttavia il Comune affittava il terreno ad intermediari che li subaffittavano a contadini. Gli antichi diritti civici di pascolo e raccolta di legna erano stati a poco a poco liquidati.

In primis la produzione agricola doveva dividersi con il padrone della terra e una grossa fetta all’ammasso obbligatorio.

Era difficile per i poveri contadini sfuggire a questo tipo di sistema, soprattutto per il grano, in quanto il mulino veniva controllato dal sistema pubblico dell’annona. Lo stesso sistema si applicava per la premitura di olive.

Coloro i quali gestivano questo tipo di operazioni, commettevano non pochi reati a danno dei meno abbienti.

Il primo atto della nuova amministrazione fu quello di far piazza pulita del vecchio gruppo di potere.

Nonostante le minacce del notabilitato locale, la nuova amministrazione non cessò l’orientamento in difesa sei diritti della popolazione. Due episodi, però, furono fatali, infatti posero fine all’esperienza sanzese di cambiamento, che durò solo 37 giorni.

Il primo episodio  risale al 30 ottobre 1943, mentre il secondo al 20 novembre dello stesso anno.

I due avvenimenti nascono in merito a ragioni, in parte, diverse.

La prima vicenda è legata alla difesa dei diritti civici, da un po’ di tempo non considerati. Il tutto avvenne sul fondo Farnetari, un fondo demaniale, che qualche anno prima al 1943 era stato venduto ad un possidente di Sala Consilina, Tommaso Marena, con un procedimento del tutto irregolare.

Per assumere il pieno possesso del fondo , il Marena sfrattò tre dei coloni, ma non riuscì a mandarne via il quarto, Giuseppe Losinno, contro cui intentò un’azione giudiziaria.

Il 30 ottobre, data dello sfratto, Marena scortato dall’ufficiale giudiziario e quattro carabinieri, trovò la strada antistante il fondo occupata da una quarantina di persone decise a difendere i diritti civici. Alla forza pubblica non restò altro che rinviare lo sfratto.

Tommaso Marena avrebbe in seguito denunciato i contadini per furto delle fascine e incendio del legname, attribuendone la responsabilità a Ciorciari e Buoniconti.

La vicenda del 20 novembre, invece, è legata alla voglia, da parte del gruppo dei sanzesi legati alla nuova amministrazione, di non rimanere isolati nell’ambito del paese, bensì intervenire anche in merito alle elezioni da effettuarsi nei paesi limitrofi.

Fu proprio tutto ciò ad arrecare non pochi danni a Buoniconti, Ciorciari e i loro seguaci.

Essi intervennero a Caselle in Pittari. Grazie alla loro propaganda venne eletto commissario prefettizio un contadino antifascista, Michele Giudice.

Dell’episodio ne venne a conoscenza il Tenente della caserma dei Carabinieri Felice Bianco, il quale aveva avuto notizia che il 20 novembre Buoniconti e Ciorciari si sarebbero recati presso il vicino comune di Buonabitacolo per stabilire contatti con gli antifascisti del posto. All’arrivo dei carabinieri c’era soltanto una folla di 300 contadini ad attenderli, ma non i “Sanzesi”.

A questo punto i carabinieri si recarono a Sanza dove li arrestarono con l’accusa di sedizione, costituzione di banda armata, invasione e danneggiamento di proprietà privata e altri reati.

Buoniconti e Ciorciari rimasero in carcere insieme a 36 contadini, loro sostenitori, fino al gennaio 1944. Nel frattempo a Sanza era ritornato il vecchio sistema, ossia con i galantuomini, ex fascisti, al comando.

Nel 1947 si celebrò il processo, che li vide assolti.

L’esperienza di Ciorciari e Buoniconti è uno dei tanti episodi meridionali di partecipazione attiva al processo di disgregazione del fascismo da parte dei ceti rurali.

Episodi  analoghi a quelli di Sanza avvennero anche nel comune di Montesano Sulla Marcellana, nel mese di dicembre del 1943.

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MONTE SAN GIACOMO CONTRO IL REGIME

MONTE SAN GIACOMOQuesto tipo di agitazioni toccarono anche il Salernitano: l’area del Vallo di Diano.

Il primo paese a ribellarsi contro il regime fu Monte San Giacomo.

Prima di descrivere dettagliatamente l’episodio di tale paese, è bene precisare le condizioni, rispetto agli altri paesi limitrofi, in cui esso versava.

Piccolo paesino a 600m dal livello del mare, il più povero rispetto agli altri, la cui popolazione si dedicava per lo più al lavoro dei campi, alla pastorizia, ad eccezione di qualche famiglia benestante.

L’inverno tra il 1932 e il 1933 fu vittima di un cattivo raccolto, ancor di più rispetto agli anni precedenti. Le autorità locali non si prodigarono per migliorare la situazione, o meglio non si preoccuparono di dare un supporto a queste povere famiglie contadine che pativano la fame.

L’atteggiamento nei loro confronti era quasi sempre di disprezzo, violento in alcuni casi, poiché tale era il comportamento dettato dal costume fascista.

A tutto ciò si unì una nuova imposta, il cosiddetto fonatico, fissata in modo del tutto irragionevole e senza alcun criterio di proporzionalità. I vari nuclei familiari così venivano ad essere tassati non secondo la reale possibilità economica.

Questa ennesima ingiustizia fece esplodere l’amarezza dei contadini, che causò quanto segue.

La mattina del 6 gennaio 1933 i contadini e i pastori, dopo aver ascoltato la messa, si radunarono in piazza.

Anche le donne con i figli in braccio raggiunsero i propri uomini.

Un vecchio pastore che si trovava lì, suggerì alla folla di recarsi al Municipio. Tutti gli diedero ascolto,essi si recarono al Municipio, dove si appropiarono della bandiera,  ne chiusero l’ingresso e infine decisero di portare le chiavi al Maresciallo dei Carabinieri. I manifestanti ritenevano che quest’ultimo potesse aiutarli, ma purtroppo i poveri ribelli furono ingannati dalla loro ingenuità, poiché le cose andarono diversamente.

La caserma dei Carabinieri era ubicata presso il vicino comune di Sassano, a circa tre chilometri di distanza da Monte S. Giacomo. I contadini, tra cui donne e bambini, vi si recarono a piedi.

Durante il loro cammino incontrarono qualche provocatore, che furbamente avvisò il Comando Fascista di Sala Consilina, invocando aiuto contro i rivoluzionari.

Anche lo stesso Maresciallo, che riportava le caratteristiche di un vero e proprio Fascista, venne avvertito.

Una volta raggiunto dai dimostranti, egli invitò loro ad entrare nella caserma con molto garbo. I contadini iniziarono a capire che le sue intenzioni erano ben altre, proprio per questo si rifiutarono.

Tutto ciò provocò la reazione violenta dei carabinieri, che spararono sulla folla i primi colpi. I dimostranti sbigottiti iniziarono a dileguarsi, mentre tre corpi inanimati di un giovane e due donne giacevano sulla strada.

Durante la notte successiva alla spedizione tutte le case dei contadini del paese vennero perquisite dai militari e i rispettivi abitanti portati via e trattenuti fino al giorno successivo. Tra questi anche donne, bambini, vecchi ed ammalati.

Il fermo per molti di loro venne tramutato in arresto preventivo con rinvio a giudizio.

Per ulteriori informazioni si rimanda al sito www.comune.montesangiacomo.sa.it

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LA PENISOLA ITALIANA E LA PROTESTA ANTIFASCISTA

Durante il ventennio Fascista non mancarono forme di protesta, che videro come protagonista la classe contadina. Questo tipo di manifestazioni andarono agitandosi un po’ in tutta Italia tra la fine degli anni ‘20 e gli anni ‘30.

Le agitazioni avevano luogo per lo più nelle campagne, in primis perché i manifestanti erano contadini, ma anche perché nelle città era più presente l’apparato repressivo del regime.

Ciò che va sottolineato è la presenza delle donne, che prendevano parte alle agitazioni. Tutto ciò sottolinea da un lato una forma di emancipazione e dall’altra un forte malessere, tale da spingerle a lottare. Molte di esse spesso venivano arrestate e, nei casi peggiori, perdevano la vita.

Un’altra caratteristica della protesta sociale di questo periodo, riguarda la durata delle manifestazioni, solitamente molto breve. Il tutto si svolge nell’arco di qualche ora, raramente si parla di un giorno intero.

Per quel che riguarda, invece, le protesta a livello geografico, persiste una differenza tra l’area settentrionale e quella meridionale della Penisola.

Al Nord il tema centrale è quello dell’occupazione: uomini e donne protestano perché non c’è lavoro, perché il padrone non rispetta le condizioni di contratto, perché il salario è troppo basso rispetto al costo della vita, ecc. Al Sud,invece, il tema centrale sembra essere quello fiscale. La

popolazione si agita a causa dell’introduzione di nuove tasse.

Una delle prime manifestazioni popolari si tiene in Calabria, ad Acri nello specifico, nell’agosto del 1928. Protestarono circa diecimila persone tra uomini e donne, i quali aspettarono l’uscita domenicale dalla chiesa, inscenando la ribellione contro la tassa sul foraggio.

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